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La giustizia cambia il mondo


Kiran Bedi: nonviolenza e rispetto dei prigionieri alla prova dei fatti

Kiran Bedi, 53 anni, una donna indiana che ha fatto della nonviolenza il suo impegno di vita. Non in senso filosofico, per, ma immergendosi a fondo nelle miserie degli uomini: la sua attivit professionale, infatti, sembrerebbe essere lontana dalla sua scelta di vita, perch sempre stata una poliziotta, e nella polizia indiana ha raggiunto il grado pi elevato, quello di ispettore generale. Le sue convinzioni nonviolente sono state messe alla prova nella pi grande prigione maschile esistente in un paese democratico, il carcere di Tihar a Delhi, un inferno sovraffollato da quasi diecimila detenuti (comprese trecento donne), in cui ha svolto l'incarico di ispettore generale. Kiran Bedi ha trasformato il carcere di Tihar in un luogo di recupero umano e civile, libero da rivolte, droghe e violenza. Un compito difficile, in cui Kiran Bedi ha trovato modo di esprimere la sua sensibilit e filantropia, al punto da guadagnarsi nel 1994 il Ramon Magsaysay Award, considerato il Premio Nobel asiatico. La motivazione con cui il premio le stato assegnato ricorda che il suo merito di "avere infranto le tradizionali barriere di sospetto tra la polizia e la gente comune".
La sua vita un libro aperto, lei stessa l'ha raccontata nell'autobiografia intitolata I Dare ("Io oso"), mentre la sua visione del mondo carcerario, basata sulla sua esperienza diretta a Tihar, esposta nel volume It's Always Possible ("E' sempre possibile"). Il libro propone un modello di carcere che pu cambiare la vita ai condannati e ridare loro un ruolo positivo nella societ attraverso l'educazione, l'autogestione e i rapporti sociali. Esperta nel gestire le conseguenze dei crimini legati alla droga e alla violenza, Kiran Bedi ha inoltre dato vita a due organizzazioni per sostenere la cura e la riabilitazione dei tossicodipendenti, offrendo preparazione professionale e istruzione a 5 mila donne e bambini tra i pi poveri.
Nata nel 1949, Kiran Bedi si diplomata alla scuola cattolica del Convento del Sacro Cuore di Amritsar, nel Punjab, in seguito si laureata in scienze politiche al Collegio statale femminile della stessa citt. Nel 1972 entrata nel Servizio di polizia indiana: stata la prima donna poliziotto in India. Kiran Bedi ha conservato alcuni valori cristiani. Durante il periodo della sua direzione carceraria e in generale durante tutta la sua carriera nella polizia, Kiran ha cercato di promuovere la reciproca comprensione religiosa e di accrescere il rispetto di appartenenti a religioni diverse e, pi in generale, ha promosso l'armonia e la pace. Si trattava per di dare voce ai carcerati. Per questo Kiran Bedi ide un espediente semplice ma efficace: un sistema rivoluzionario di "cassette per le petizioni" che venivano fatte girare nelle celle. I prigionieri scrivevano le loro necessit o desideri, inserivano i fogli nelle cassette e aspettavano. Ma l'attesa non era lunga: il tempo necessario a Bedi e ai suoi collaboratori per esaminare ciascuna lettera. Questo modo di agire, questa attenzione, indipendentemente dalle decisioni prese per venire incontro alle necessit o ai desideri espressi dai detenuti, garantiva a tutti attenzione e rispetto. Le azioni concrete, poi venivano delegate a responsabili designati dagli stessi prigionieri: attivit sportive, educative, culturali, teatrali, giochi, meditazione, yoga.

Qual la sua visione del mondo carcerario?
Le nostre prigioni non rieducano i criminali, li riproducono. Ma questo meccanismo pu essere cambiato se noi davvero lo volessimo, e non solo in India. Ho visitato una ventina di carceri all'estero, anche in molti paesi democratici occidentali, e ne ho ricavato la netta impressione che le prigioni siano semplicemente dei contenitori di esseri umani. Nelle prigioni molti giovani delinquenti diventano adulti. I loro amici sono perlopi compagni di cella e le prigioni sono spesso la loro prima casa: quando escono, i compagni sanno che presto li vedranno tornare nuovamente in cella. C' da chiedersi: perch succede tutto questo? Perch le prigioni non sono centri di rieducazione, come pretendono di essere? Forse il motivo che il carcere finisce per abbrutire le persone pi che per correggerle. L'ambiente carcerario favorisce la nascita di legami criminali tra le persone, piuttosto che incentivare la comprensione e la redenzione dei crimini. Incoraggia sentimenti di vendetta piuttosto che il rispetto. I prigionieri praticano e subiscono la violenza, e prima o poi finiscono vittima di una malattia terribile: l'apatia. Nel corso di una mia recente visita a un "Centro correzionale femminile" in un paese occidentale, ho notato che esso aveva strutture modernissime, incluse una piscina e una palestra. Ci che mancavano erano gli stimoli, le motivazioni a sopravvivere alle lunghe giornate di prigionia. Tutte le donne presenti fumavano. La maggior parte delle detenute stava letteralmente bruciando il proprio tempo e la propria giovinezza. Cosa ci si pu aspettare da persone come queste? Niente. Continueranno ad essere un pesante fardello per la comunit, con enormi costi sociali.

Quali sono le alternative ad un carcere punitivo?
Nessuno nega che il crimine debba essere punito. Nessuno discute che i criminali debbano finire in prigione dopo un giusto processo. Ma essere chiusi in carcere e perdere la propria libert gi una punizione: perch dobbiamo aggravarla negando ai carcerati anche lo spazio per respirare e tenendoli in gabbia per la maggior parte del giorno e della notte? Non forse trattare come bestie degli esseri umani? E' cos che le prigioni aggravano il pericolo per la societ, piuttosto che ridurlo. Un altro problema : s, le prigioni sono luoghi di pena, ma spesso dimentichiamo che servono anche a preparare alla libert. Una prigione come un fiume che scorre in cui i criminali, carcerati e i condannati vanno e vengono. E, grazie a Dio, spesso non tornano. Altrimenti l'inferno avrebbe un corrispettivo sulla terra, sarebbe visibile in ogni citt del mondo. Io sono fermamente convinta che quando il carcere non prepara i detenuti alla libert, si mette in pericolo la societ, inclusi i contribuenti che alla fine sopportano il costo dei cosiddetti "centri correzionali". Se le prigioni non sono "contenitori" di esseri umani, ma significativi luoghi di riabilitazione, allora devono prendersi cura di chi vi entra e non solo "tenerlo dentro".

La vita dei detenuti pu davvero cambiare? In che modo?
I responsabili delle carceri devono preoccuparsi che i prigionieri usino il loro tempo per rivedere il proprio comportamento, ma devono anche fornire loro gli strumenti perch questo possa avvenire. Il recupero dovrebbe essere totale: un ambiente che agisca in modo positivo, accuratamente individuato e promosso dai responsabili, e non imposto o introdotto dai carcerati stessi. Al loro arrivo, i carcerati dovrebbero essere informati sulle attivit previste, e guidati nella loro esecuzione, in accordo con le finalit dell'istituto. Sarebbe questo il primo, importante messaggio per i detenuti, che non si trovano l per caso, ma per lavorare al proprio recupero. La preparazione al rilascio dovrebbe iniziare dal primo giorno, indipendentemente dalla durata della condanna. A nessuno dovrebbe essere concesso di perdere il proprio tempo: il periodo passato in carcere prezioso e deve essere valorizzato. Per rendere possibile tutto ci, necessario puntare sull'istruzione, sia quella regolare - in modo da permettere a chi lo desidera di accedere a livelli d'istruzione superiore -, sia quella informale, utile a migliorare i rapporti tra i detenuti e tra essi e la societ. Inoltre, un'educazione di carattere morale, che fornisca motivazioni ai carcerati e li spinga a trovare in se stessi la redenzione. Infine, necessario creare un ambiente in cui il detenuto possa lavorare, guadagnarsi un salario, che lo sostenga e che aiuti la propria famiglia. Secondo la mia esperienza, tutto ci possibile, e molto altro ancora, se soltanto gli uomini politici e l'amministrazione civile delle prigioni s'impegnassero in questa direzione. Se vero che finire in prigione una punizione, preparare i detenuti per la scarcerazione il dovere primario dell'amministrazione carceraria. Tutto deve ruotare attorno ad un recupero totale dell'individuo che ha sbagliato e niente deve essere lasciato di intentato a questo scopo. Uno dei metodi che ritengo maggiormente efficaci l'apertura del carcere al mondo esterno, con l'ingresso di varie espressioni sociali nel carcere attraverso il coinvolgimento di singoli individui o di gruppi dotati di un forte spirito "missionario" in campo lavorativo, professionale, educativo, assistenziale ed altro, e pronti a condividere le proprie capacit ed esperienze. Gruppi e associazioni non mancano di certo, ma possono attivarsi solo se i responsabili delle prigioni li cercano, li invitano, facilitano il loro compito. Certamente, i governi e le agenzie finanziatrici devono intervenire in loro sostegno.
Tornando alla mia esperienza, sono convinta che molti dei programmi in svolgimento nella prigione di Tihar sono modelli possibili da replicare altrove. Noi in India dobbiamo renderci conto della nostra forza e dobbiamo essere capaci di condividere le nostre esperienze con quanti nel resto del mondo sono alla ricerca di un modello di carcere pi umano.

Federico Tagliaferri
[pubblicato in Orientamenti, n. 1-2, 2003]





ID articolo: 0006
Data: 2006-04-26
Sezione: speciali
Titolo: La giustizia cambia il mondo
Autore: Federico Tagliaferri
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