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Organizzazione e obiettivi delle Br
e dei terroristi di oggi


Intervista al Procuratore Spataro

Armando Spataro, 56 anni, ricopre attualmente l'incarico di Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Milano, dove coordina il dipartimento antiterrorismo. Da oltre trent'anni in magistratura, ha svolto tutta la sua carriera a Milano, tranne per il periodo in cui stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura (1998-2002). La sua attivit investigativa si concentrata dapprima sui sequestri di persona, in seguito sul terrorismo "storico" di sinistra e, pi recentemente, sulla criminalit organizzata e sul terrorismo di matrice islamica.

1. Quali sono le differenze che caratterizzano le organizzazioni terroristiche degli anni Settanta e Ottanta e l'odierno terrorismo islamico?
L'Italia ha vissuto la stagione degli "anni di piombo" con una drammaticit nettamente superiore rispetto a quella che vive attualmente nei confronti del terrorismo cosiddetto di matrice islamica. Certo, l'allarme che quest'ultimo tipo di terrorismo suscita di tipo universale, ma all'epoca delle Br, come si ricorder, si contavano morti e feriti settimanalmente, tanto che le cifre furono altissime. Abbiamo quindi alle nostre spalle un'esperienza molto ricca, da cui abbiamo tratto vaste conoscenze, un'esperienza non smentita dalle ultime vicende che riguardano le Br (mi riferisco agli omicidi D'Antona e Biagi, e ai processi in corso in questo periodo): al di l della dimensione ridotta che il fenomeno ha assunto dal 1999 (data dell'omicidio D'Antona) ad oggi, quello che emerso recentemente conferma, in relazione alle "nuove" Brigate Rosse, quello che gi sapevamo sull'ideologia di questa organizzazione, sulla prassi, sulla selezione degli obiettivi dei terroristi.
Diverso e minore il patrimonio di conoscenza che abbiamo a disposizione sul terrorismo cosiddetto di matrice islamica, anche se desidero sottolineare che proprio in Italia, per unanime riconoscimento internazionale, sono state condotte indagini e sono stati celebrati processi che hanno consentito di acquisire un buon grado di conoscenza del fenomeno.
Per essere chiari, le indagini della Procura di Milano in questo campo si sono sviluppate fin dal 1995-96 da parte di altri colleghi. Si tratta di indagini nate in un periodo in cui esse erano sottovalutate un po' dovunque. Un'iniziativa tanto pi rilevante in quanto la norma incriminatrice vigente all'epoca non si adattava a questa nuova realt: solamente nell'ottobre del 2001, dopo gli attentati dell'11 settembre, stata introdotta una norma ad hoc, l'articolo 270bis del codice penale, che prevede l'associazione per delinquere con finalit di terrorismo internazionale .
In precedenza, per colpire e selezionare questi gruppi si ricorreva all'associazione per delinquere semplice , a cui erano spesso collegati alcuni reati come la falsificazione di documenti, l'immigrazione clandestina, ecc.
Detto questo, possibile tracciare un quadro delle differenze tra i due fenomeni terroristici. Inizierei col dire che la principale differenza sta nelle motivazioni e nell'ideologia alla base delle rispettive prassi di queste organizzazioni. Non per nulla ho detto prima che una figura giuridica che consentisse di colpire queste organizzazioni di matrice islamica stata introdotta nel 2001. Ci avvenuto perch la norma preesistente colpiva e puniva le associazioni che si proponevano finalit di eversione dell'ordine democratico. Ecco una prima differenza: le Br erano mosse da un'ideologia marxista (distorta rispetto ai canoni classici della dottrina marxista) che spingeva gli appartenenti all'organizzazione a vagheggiare l'abbattimento dell'attuale sistema costituzionale e la sua sostituzione con la cosiddetta "dittatura del proletariato". In sostanza, s'intendeva sostituire una forma di governo con un'altra forma di governo in base ad una visione politica dei rapporti sociali. La teoria che stava alla base di questa visione s'imperniava sulla convinzione che il governo mondiale (e non solo italiano) fosse dominato dagli interessi economici e dai detentori del potere economico, e che bisognasse abbatterlo per sostituirlo con il governo del proletariato. In nome di questa ideologia venivano selezionati gli obiettivi, che erano (nella visione dei brigatisti) o ingranaggi di questo potere e di questo sistema (si pensi all'uccisione di uomini politici e di industriali), o strumenti che favorivano il sistema stesso (attacchi al mondo dell'informazione, della stampa, delle forze dell'ordine, della magistratura). Viceversa gi la definizione di "terrorismo di matrice islamica" (definizione adottata per esigenze di sintesi giornalistica) spiega che ci riferiamo a motivazioni che non hanno a che fare con una visione politica in senso stretto del sistema di governo degli Stati, ma con una visione caratterizzata da un'interpretazione abnorme della religione islamica.
la visione integralista che deriva dalla fede religiosa che spinge i terroristi islamici a cercare di abbattere il nemico a prescindere dal tipo di governo vagheggiato: c' l'aspirazione a un generico rispetto dei princpi puri dell'islamismo, di cui sono nemici non solo gli Stati occidentali, ma anche quei regimi che, pur caratterizzati dalla religione islamica, sono per accusati di non rispettare i princpi di quella religione. Di qui l'attacco, ad esempio, ai regimi del Nord Africa (Algeria, Egitto, Tunisia, Marocco), non in virt di una visione politica, ma di una visione religiosa.
Da queste motivazioni deriva una seconda differenza, che stata efficacemente definita come "depersonalizzazione degli obiettivi", per effetto della quale non pi a rischio il cittadino che abbia un ruolo specifico e che viene colpito in quanto esercente quel ruolo (magistrato, agente di polizia, uomo politico, giornalista, industriale, ecc.), ma il cittadino qualunque, colui che, salendo sulla metropolitana, prendendo un aereo, andando alla stazione, rischia di essere coinvolto in questa prassi indiscriminata di aggressione.
Terzo elemento di differenza, molto importante, la diversit strutturale dei due fenomeni. Cercher di spiegarmi con una battuta. Quando arrestavamo un brigatista, mancava solo che gli trovassimo la tessera d'iscrizione e lo statuto autenticato dal notaio dell'organizzazione a cui apparteneva: gli si trovavano documenti falsi, documenti ideologici, si dichiarava prigioniero politico. Il tutto perch la struttura delle Br era molto formale e formalizzata, articolata in diversi piani e compiti, per cui vi erano la direzione strategica, il settore logistico, il cosiddetto "regolare" (il latitante che viveva in clandestinit), l'"irregolare" (colui che invece viveva ancora nella vita civile normale), vi era una distribuzione di responsabilit (assegnazione di vari compiti), e cos via. Soprattutto vi era una denominazione delle organizzazioni, Br, Prima Linea, ecc., che spesso agivano addirittura in regime di concorrenza. Diverso il modo di essere delle organizzazioni di matrice islamica. Gli addetti ai lavori sono unanimi nel rilevare la mancanza di un centro unico di direzione che assegni compiti specifici. Per intendersi, la strage dell'11 marzo 2004 a Madrid non stata decisa da chiss quale vertice, n da Bin Laden o chi per lui. Ci che unisce i militanti del terrorismo islamico appunto la "missione" di colpire gli ebrei e i "crociati" (gli occidentali non musulmani) , nonch i regimi accusati di tradire la religione islamica ovunque e in qualunque modo sia possibile. Questo comporta persino il rischio di atti di terrorismo isolati. Nel terrorismo islamico manca una strutturazione precisa, una forma di terrorismo organizzata in maniera elastica, per cui sbaglieremmo se nei processi volessimo affibbiare ad ogni gruppo di imputati una precisa denominazione. Inoltre, le relazioni che si creano tra i terroristi non sono pi caratterizzate da una comune origine etnica: i primi processi erano rispettivamente a carico di algerini, tunisini, marocchini, ecc., ora invece nell'ultimo processo (quello che ha creato tante polemiche e che per una parte stato definito dal giudice Clementina Forleo), su una quindicina di imputati si rilevano ben nove nazionalit diverse dei medesimi. Anche l'uso delle sigle impiegate nei comunicati e nelle rivendicazioni non significativo di una riconducibilit effettiva di quella sigla ad un'organizzazione strutturata. Mai, ad esempio, abbiamo verificato che le Br o Prima Linea abbiano usato una sigla diversa dal loro "marchio di fabbrica".
Quarto punto di sostanziale differenza quello dell'espansione geografica delle rispettive forme di terrorismo. Contrariamente a quanto qualcuno pensa e suppone, al tempo delle Br i collegamenti tra le organizzazioni terroristiche operanti nei diversi paesi erano abbastanza rari e poco significativi, n abbiamo mai assistito alla creazione di campagne elaborate in comune o all'esecuzione di azioni in Stati diversi che rispondessero ad un'unica logica o ad un unico programma.
Nel terrorismo islamico, tutto diverso: in questo caso i terroristi chiamano ad una solidariet di tipo internazionale che risulta evidente in ogni processo, in cui noi abbiamo come imputati persone che operano in paesi diversi, con rapporti molto stretti tra loro.
Anche la tipologia dei reati commessi molto spesso identica: troviamo un po' dappertutto la contestazione del reato di falsificazione di documenti, di immigrazione (o emigrazione) clandestina, ecc. Per ora, in Italia non abbiamo scoperto depositi di esplosivi.
Questo un punto che suscita interrogativi preoccupanti: una circostanza che indica che in Italia i terroristi non hanno programmato di agire e quindi non si sono dotati logisticamente, o si tratta di un nostro deficit investigativo? Di sicuro noi non abbiamo individuato basi in senso tradizionale, luoghi che siano cio anche depositi di armi o di documenti falsi in grandi quantit. Voglio precisare che le armi e l'esplosivo indicano due diverse finalit di terrorismo quanto alla tipologia degli obiettivi: le prime si usano contro un obiettivo preciso, mentre il secondo viene utilizzato per colpire una fascia indeterminata di persone. Questo per, lo deduciamo da quanto successo all'estero, non in Italia.

2. Pu aggiungere qualche elemento sul denaro di cui i terroristi necessitano per compiere gli attentati? Come si finanziano?
Per quanto riguarda le Br, abbiamo la prova certa che il finanziamento era frutto di sequestri di persona e di rapine. Aggiungo che i proventi di questi crimini erano amministrati con grande oculatezza, con uno scrupolo da ragioniere.
Per quanto riguarda invece il finanziamento dei gruppi terroristici islamici, a mio avviso errato ipotizzare che esso si fondi necessariamente sui grandi flussi di denaro provenienti dalle ricche famiglie dell'Arabia Saudita che si oppongono al potere costituito.
errato per due ragioni: primo, perch appunto la tipologia dell'organizzazione non prevede la necessit di grandi finanziamenti, ad esempio per mantenere le basi o per stipendiare i "regolari" (come facevano le Br); secondo, perch nelle nostre inchieste le forme di finanziamento si rivelano essere, prevalentemente, quelle che provengono dal basso, dalla raccolta dei fondi. Attenzione: questo non significa che il fedele che fa l'offerta in una moschea sappia che quel denaro verr utilizzato per finalit di terrorismo, ma pu significare che queste raccolte di denaro (la zakat, uno degli obblighi del fedele musulmano) vengono poi utilizzate dall'alto per sostenere i combattenti, le famiglie di coloro che rimangono uccisi mentre commettono gli attentati o in azioni di guerra. Accanto a queste forme di finanziamento che possiamo definire "dal basso", abbiamo conseguito in varie inchieste la prova dell'utilizzo a sostegno dei "combattenti" dei proventi di attivit commerciali di basso livello (di solito si tratta di piccoli esercizi commerciali) o dei proventi del piccolo spaccio di stupefacenti o di banconote false.
Il tema della lotta al finanziamento del terrorismo mi fornisce lo spunto per formulare sommessamente una critica a una decisione delle Nazioni Unite, recepita dall'Unione Europea, che riguarda la confisca dei beni di persone sospettate di attivit terroristica o di organizzazioni inserite nelle cosiddette black lists ("liste nere") a prescindere da prove giudiziarie.
Ci significa, concretamente, che, in base ad accordi internazionali, uno stato membro dell'una o dell'altra organizzazione internazionale (Nazioni Unite e Unione Europea) propone l'inserimento del nome di una persona o di un'organizzazione in una black list sulla base di valutazioni che sono per lo pi di carattere politico o di notizie di provenienza incerta (ad esempio, dei servizi di sicurezza). A questo punto, la comunit internazionale decide l'inserimento del nome sulla black list. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ci non significa che l'inserimento sia di per s una prova di terrorismo, perch sul piano giudiziario non deriva alcuna conseguenza dall'inserimento del nome sulla lista. La conseguenza pi seria , invece, che si possono confiscare i beni alla persona o all'organizzazione inserita nella lista senza che questa abbia alcuna possibilit di reazione o impugnazione sul piano giudiziario. In Italia, a Milano in particolare, c' stata una forte polemica per un caso di confisca di un'impresa alberghiera a un cittadino che ora risiede in Marocco, il quale, nonostante le indagini svolte a suo carico, non risultato implicato in fatti di terrorismo, mentre gli Stati Uniti sostenevano che li finanziasse. I beni gli sono stati confiscati, ma gli Stati Uniti non hanno mai fornito prove o documenti utili a suo carico. In Spagna, dove la reazione all'attentato stata di grande livello civile, stata invece approvata una legge che rispetta anche le garanzie di queste persone: se la confisca, disposta per effetto di un accordo politico, non viene confermata entro tre mesi dall'autorit giudiziaria, decade.

3. Questa sua ultima osservazione ripropone il delicato tema dell'equilibrio tra garanzie dell'individuo e necessit imposte dalla lotta al terrorismo, un tema che aveva gi sollevato un aspro dibattito ai tempi del terrorismo delle Br
Su questo tema ho delle idee precise, che non sempre coincidono con quelle dei commentatori e a volte nemmeno con quelle di alcuni colleghi. Io sono convinto che durante gli anni cosiddetti "di piombo" siano state approvate delle leggi che avevano una precisa ragione, per esempio l'introduzione dell'aggravante di aver commesso un reato con finalit di terrorismo era giustificata: rubare un'auto per andare a farsi un giro diverso dal rubarla per andare a fare un attentato. In realt quelle leggi non hanno in nulla sacrificato le garanzie degli indagati. Ricordo ancora con grande soddisfazione quello che disse il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il quale afferm che in Italia "avevamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi".
Vi era, certo, qualche norma poco garantista, che per non stata mai applicata. Ad esempio, la polizia aveva la possibilit di perquisire interi blocchi di edifici, qualora vi fossero sospetti che vi si nascondesse un terrorista, ma non l'ha mai utilizzata, perch un bravo investigatore sa bene che non serve a nulla perquisire due o tre isolati interi, serve molto di pi l'indagine mirata.
Nella situazione attuale, le cose stanno diversamente. Mi riferisco, ad esempio, alla polemica seguita alla sentenza del giudice Clementina Forleo (che io non condivido nel merito, ma che ovviamente ho difeso da attacchi, spesso rozzi ed insultanti, che sono andati ben al di l del legittimo esercizio di critica alle decisioni giudiziarie), che ha valutato gli elementi del processo pervenendo alla conclusione che un conto l'attivit di guerriglia per la liberazione di un territorio invaso, un conto il terrorismo vero e proprio. Questa valutazione non totalmente infondata, perch un tema di cui si dibatte a livello internazionale.
Io ritengo che il giudice Forleo abbia errato nel merito, nel ritenere cio che non vi fossero nella specie gli elementi che provavano un programma di terrorismo vero e proprio da parte degli imputati, ma in astratto la distinzione che la collega ha fatto corretta. Facciamo un'ipotesi: se noi fossimo degli ebrei, e Israele fosse invaso dall'Iran o dalla Siria, io penso che non sarebbe terrorismo se noi decidessimo di finanziare l'invio di volontari per la sua difesa. Per, se anche per difendere Israele, noi progettassimo di farci esplodere in piazza a Teheran o a Damasco, causando delle vittime, allora s che sarebbe terrorismo, anche se fatto in nome d'Israele. Il problema questo, e i temi giuridici evocati dalla collega Forleo sono corretti.
Nel merito, io, che sono un pubblico ministero, rispetto il giudice e la sua decisione, faccio appello, poi ci sar una Corte d'Appello che decider se io ho ragione o meno. Quando questa sentenza, al di l delle critiche rozze e becere che ha suscitato, ha innescato le note polemiche, una delle posizioni emerse stata quella di chi ha invocato una modifica delle norme incriminatrici, perch con quelle attuali sarebbe difficile giungere a una condanna per associazione terroristica.
C' anche chi sostiene, poi, che la risposta pi efficace dinanzi a questo terrorismo non sarebbe quella giudiziaria, in quanto bisognerebbe piuttosto potenziare i servizi segreti.
La mia risposta a queste obiezioni , innanzitutto, che non si tratta di un problema di norma incriminatrice, che in realt adeguata: non si pu abbassare la soglia di punibilit prevista dalla norma, ampliandone a dismisura la portata, altrimenti bisognerebbe dire "chiunque si siede attorno a un tavolo e parla male degli occidentali in nome dei principi della religione islamica, punibile con". Non questa la strada, la soglia di punibilit delle condotte gi molto bassa. Il vero problema consiste nella difficolt di trovare le prove, per quelle caratteristiche, che ho illustrato sopra, di estrema fluidit di questo tipo di terrorismo. un problema di efficacia delle indagini, che si confrontano con un fenomeno nuovo rispetto ai terrorismi conosciuti in passato. chiaro che se i terroristi avessero compiuto un attentato in Italia, li potremmo individuare e catturare pi facilmente. Noi lavoriamo spesso sulle intercettazioni telefoniche, sui pedinamenti, che non sempre sono elementi univoci nel loro significato probatorio.
Riassumendo, io dico no all'abbassamento della soglia incriminatrice, ma dico no anche al ridimensionamento del ruolo del processo giudiziario.
Si tratta in realt di due risposte diverse al problema del terrorismo: in democrazia, si fanno i processi quando si verifica la violazione della legge, e c' l'azione dei servizi di sicurezza, che hanno altri compiti, non quelli di trovare prove per i processi ma di prevenire ed acquisire informazioni. Queste due risposte si integrano tra loro, ma non sono alternative (no al processo, s ai servizi di sicurezza, o viceversa), perch in democrazia non possiamo rinunciare al rispetto dei diritti individuali.
Una conferma indiretta di quello che dico la possiamo trovare nei paesi anglosassoni (Regno Unito, Stati Uniti, Canada), dove in questo periodo in atto un processo di revisione della politica basata sul sacrificio delle garanzie individuali introdotta dopo gli attentati dell'11 settembre, revisione affrontata attraverso un dibattito che coinvolge discussioni politiche, decisioni dei giudici, ferme prese di posizione della comunit dei giuristi e delle associazioni a difesa dei diritti umani. Ad esempio, in Gran Bretagna la Camera dei Lord ha negato la proroga chiesta dal governo per il mantenimento delle misure che consentivano di incarcerare per alcuni giorni una persona senza processo, in base a semplici sospetti. Per richiamare ancora una differenza con gli "anni di piombo", voglio ricordare che fummo noi magistrati ad "amministrare" i pentiti nelle aule giudiziarie, in cui i pentiti stessi dovettero ribadire le loro accuse, prendersi gli insulti e le minacce, subire il controinterrogatorio, ecc., mentre in altri Paesi, i collaboratori nessuno li ha mai visti in aula, il che certamente una grave violazione dei diritti dell'imputato, che in questo modo non pu contestare in giudizio la prova testimoniale.
In Italia, il nostro livello di garanzie ci espone certo a delle difficolt, ma sono diritti e garanzie irrinunciabili. A mio avviso, grave l'idea che il bilanciamento tra le esigenze di sicurezza e i diritti individuali possa operarsi a detrimento dei secondi. Infatti, anche nei Paesi dove sono state introdotte leggi antiterrorismo, come la Spagna, queste sono improntate ad un garantismo serio e non ottuso, mentre persino negli Stati Uniti (dove il Patriot Act, la legge antiterrorismo, stato introdotto dopo l'11 settembre), molto forti sono ora le pressioni per un ripristino dell'equilibrio tra sicurezza e garanzie individuali.
La mia risposta quindi che l'attivit giudiziaria non pu essere alternativa all'attivit d'informazione e prevenzione affidata ai servizi segreti, e che, comunque, in democrazia non pu essere sacrificato il rispetto delle garanzie e dei diritti individuali.

4. Quali differenze caratterizzano i metodi d'indagine nei confronti del terrorismo delle Br e del terrorismo islamico?
In generale, direi che la principale differenza che contro il terrorismo islamico richiesta molta pi collaborazione internazionale, che addirittura irrinunciabile. Per questo motivo, va sostenuta la tendenza alla realizzazione di uno spazio giuridico internazionale comune, nonch la previsione di reati che siano omogeneamente definiti e la previsione di un sistema di acquisizione e validit delle prove che sia omogeneo. Molto spesso, infatti, ci troviamo di fronte a prove che sono valide in un paese ma non in un altro.
Essenziale dunque la collaborazione con le polizie e i magistrati di altri paesi.
Voglio ricordare a questo proposito la vicenda dell'arresto, nel giugno 2004, dell'egiziano Rabei Osman, che attualmente provvisoriamente estradato in Spagna, colpito da mandato di cattura per la strage dell'11 marzo. Quando abbiamo scoperto che era implicato nell'attentato, per giorni un mio collega, che insieme a me seguiva le indagini, ha viaggiato in Spagna e in Belgio, portando prove e discutendo con i colleghi di quei paesi, finch un certo giorno, tutti insieme, abbiamo deciso di agire in contemporanea nei rispettivi Stati: una bella prova di coordinamento spontaneo.
Ci sono poi anche dei luoghi fisici dove riunirsi, come Eurojust (recepito nel nostro ordinamento con la legge del 1 marzo scorso), l'organismo dell'Unione Europea con sede a l'Aja che ha per compito istituzionale quello di favorire la cooperazione e la rapidit nella lotta contro il crimine organizzato : ormai costituisce un luogo d'incontro e di scambio d'esperienze per i magistrati di tutta Europa. C' poi l'Europol, organo di coordinamento delle polizie europee e vi ormai anche la possibilit di istituire squadre investigative comuni tra le polizie dei vari paesi interessati ad una specifica indagine (anche se questa normativa non stata ancora recepita in Italia).
In sostanza, oggi la cooperazione internazionale il cuore dell'attivit investigativa, e in questo senso le cose sono molto cambiate rispetto al passato, quando essa era sporadica e su base volontaristica, lasciata all'iniziativa individuale o alla buona volont dei singoli magistrati o investigatori. Va detto, per, che non sempre a livello internazionale si trova da parte di altri paesi la stessa assoluta disponibilit alla collaborazione che forniamo noi italiani, che abbiamo gi conosciuto i problemi causati dal terrorismo e dalla mafia.
A livello italiano, sono operative dall'ottobre 2001 le procure distrettuali (istituite presso le 26 sedi di Corte d'Appello) che si occupano di terrorismo e che consentono un migliore coordinamento tra le procure. Preciso che non sto parlando delle Direzioni Distrettuali Antimafia, (Dda), che, pur costituite presso le stesse 26 procure distrettuali, trattano i reati di mafia ed altri affini. Il dipartimento antiterrorismo presso la Procura Distrettuale di Milano composto da sei sostituti procuratori ed da me coordinato.
Vengo a due dolenti note che caratterizzano la situazione attuale. Questo tipo di organizzazione, che ho descritto brevemente, sarebbe molto pi efficace se potesse disporre di una banca dati: assurdo che il governo, nonostante le sollecitazioni che i magistrati hanno formulato, non abbia provveduto in merito. Avviene, cos, che quando i magistrati che si occupano di terrorismo si incontrano, si scambiano cd di dati realizzati in modo artigianale, perch a tutt'oggi non c' una banca dati che essi possano interpellare per sapere, ad esempio, se tizio o caio sono indagati in qualche altra procura. Se lo volessi fare, dovrei interpellare una per una le procure di tutta Italia! Si noti che non sono neppure disponibili le sentenze, perch le banche dati della polizia contengono le informazioni relative alle indagini, ma non i successivi sviluppi giudiziari. Spesso, inoltre, le banche dati della polizia non sono aggiornate.
Il secondo grave problema che mancano gli interpreti di arabo che, oltre al conoscere bene la lingua, devono essere affidabili. Se la possibilit di remunerarli scarsa, ne deriva che abbiamo a disposizione pochi interpreti affidabili. anche capitato che questi siano stati minacciati e abbiano rinunciato a collaborare alle indagini.
Ci vorrebbero poi anche pi risorse umane e tecnologiche per le forze di polizia. Abbiamo a disposizione del personale ottimamente qualificato, ma insufficiente: per dare un'idea, per eseguire un pedinamento ci vogliono almeno 25 persone disponibili! Questo implica che non siamo in grado di seguire pi indagini insieme, dobbiamo selezionare quelle a cui dare la precedenza.
Passando alla tecnologia, noi sentiamo spesso il ministro della giustizia criticare le spese per le intercettazioni telefoniche, ma queste spese sono dovute al fatto che noi siamo costretti a noleggiare a caro prezzo le apparecchiature necessarie e soprattutto al fatto che i gestori del servizio di telefonia, pur esercitando un servizio pubblico, pretendono costi altissimi per assicurare prestazioni che dovrebbero essere gratuite per lo Stato.
Vorrei infine fare una considerazione sulla diversit dell'approccio dei mezzi d'informazione al terrorismo, con riferimento, da un lato, all'epoca delle Br e, dall'altro, al terrorismo islamico di oggi. Rilevo che l'informazione oggi non sempre si dimostra equilibrata: da un lato essa viene amplificata ogni oltre misura, con le conseguenze che gli studiosi di mass media hanno gi delineato, e cio il rischio della diffusione del panico, il risultato ambto dai terroristi, dall'altro non si presta attenzione per le esigenze di riservatezza investigativa.
chiaro che il giornalista non deve farsi carico del segreto investigativo, per all'epoca delle Br nessun giornalista si mai sentito limitato nella sua attivit professionale dal fatto di dovere - per scelta propria, sia ben chiaro -ritardare la pubblicazione di una notizia per non pregiudicare le indagini in corso, mentre oggi non mi pare di rilevare la stessa sensibilit. Cito ad esempio la vicenda, avvenuta nel 2003, di una delicata indagine che stava per chiudersi con degli arresti, quando un "lancio" di agenzia ne ha dato notizia in serata. Gli arresti avrebbero dovuto aver luogo durante la notte. La cosa grave che da quel "lancio" il ministro dell'interno ha tratto spunto per diffondere la notizia la mattina seguente, in un incontro internazionale a Bruxelles, mentre alcune perquisizioni dovevano ancora essere eseguite. In seguito, ho parlato con il giornalista che aveva dato l'informazione, il quale ha invocato il segreto professionale (previsto dalla legge) sulla fonte delle sue informazione.
chiaro che in questo caso non si tratta di una questione risolvibile con il processo penale a carico del giornalista, ma di un comportamento deontologico censurabile: il giornalista che riceve la notizia in questa maniera (probabilmente da qualche fonte interna alle forze di polizia) lo stesso che riceve l'invito a esaltare l'importanza di questo tipo di operazioni, di magnificare le doti di questo o quest'altro protagonista delle indagini.
Questa vicenda mi porta a sottolineare la necessit di una riflessione sul ruolo dell'informazione, che secondo me dovrebbe sapere recuperare anzitutto la tradizione del giornalismo d'inchiesta. Tra l'altro, le inchieste giornalistiche serie si rivelano spesso utili anche per noi magistrati.

5. Come mai, a distanza di anni, le inchieste sul terrorismo islamico stentano a vedere la conclusione e le condanne sono poche?
Debbo smentire la sua affermazione: molte inchieste avviate negli anni 1997-98 si sono chiuse con sentenze definitive. Quanto al numero delle condanne, debbo ribadire quanto ho detto prima: stato solamente nel 2001 che la tipologia del reato di associazione per delinquere con finalit di terrorismo stata introdotta nel nostro ordinamento. Questo significa che a giudizio per l'art. 270 bis del codice penale sono andati pochi imputati, perch la condotta incriminabile per quella tipologia di reato perseguibile solo dall'ottobre 2001 in avanti. Il numero esiguo di condanne per l'art. 270 bis dovuto a questo. In precedenza, per la stessa realt di fatto si incriminavano gli imputati per la violazione dell'art. 416 (associazione per delinquere semplice), e di sentenze di condanne per questo reato ce ne sono state molte, anche definitive. In particolare a Milano, i miei colleghi hanno fatto un egregio lavoro in questo campo.

Federico Tagliaferri
[pubblicato in Orientamenti, n. 2, 2005]





ID articolo: 0007
Data: 2006-04-26
Sezione: speciali
Titolo: Organizzazione e obiettivi delle Br e dei terroristi di oggi
Autore: Federico Tagliaferri
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