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E l'Africa disse signorn


Alla fine i vertici politici e militari statunitensi hanno gettato la spugna. Niente da fare: Africom, il nuovo comando destinato a organizzare e a gestire le operazioni in Africa, non potr avere sede nel continente nero. Troppe le opposizioni da parte di singoli Stati africani, delle loro organizzazioni internazionali, delle Ong, degli istituti religiosi. Cos hanno dovuto ripiegare sullEuropa, Italia compresa. Il comando centrale avr sede a Stoccarda (Germania), il sottocomando della forze aeree a Ramstein (Germania), quello delle forze terrestri a Vicenza e quello delle forze navali a Napoli. Il progetto, varato dallamministrazione Bush e presentato come unoccasione per creare un legame solido tra Stati Uniti e Africa attraverso lassistenza militare, ma anche lazione politica, non si arrestato, ma ha segnato un ripiegamento che ha il sapore di una (parziale) sconfitta. Che cosa nasconde questo ridispiegamento? Che cosa significher per lItalia ospitarne due importanti basi? NUOVA POLITICA AFRICANA Africom nasce nel febbraio 2007 quando lamministrazione Bush, nel ripensare lorganizzazione internazionale delle forze armate statunitensi, crea sei comandi: Eucom, con sede a Stoccarda, che si occupa delle operazioni nel continente europeo; Pacom, con sede a Camp H. M. Smith (Hawaii), con competenza sullarea del Pacifico; Southcom, con sede a Miami (Florida), con competenza sullAmerica Latina; Centcom, con sede a MacDill (Florida), con competenza su Medio Oriente (compreso lEgitto) e Asia centrale; e, appunto, Africom, con sede a Stoccarda, con competenza sullAfrica. Il comando Africom una novit nellorganigramma delle forze armate statunitensi. In precedenza, le operazioni militari statunitensi nel continente africano erano organizzate e gestite da tre differenti comandi: quello centrale, quello europeo e quello del Pacifico. LAfrica - spiega a Popoli Vincent M. Crawley, portavoce di Africom - sta assumendo un ruolo militare ed economico sempre pi importante in ambito mondiale. Di fronte a questa realt, gli Stati Uniti stanno cercando un modo per aiutare le nazioni africane e le organizzazioni regionali a sviluppare un sistema di sicurezza che serva a prevenire e a far fronte alle crisi umanitarie, a coordinare gli sforzi contro il terrorismo internazionale e a sostenere gli sforzi per rafforzare lunit del continente. Ma, aggiunge Crawley, Africom non verr utilizzato per aumentare il numero di missioni statunitensi in Africa. Nelle intenzioni del Dipartimento della Difesa statunitense, si tratterebbe solo di una struttura logistica necessaria per addestrare le forze armate africane alle missioni di peacekeeping e di rispondere in modo rapido ed efficace alle emergenze umanitarie. In questo contesto, gli Stati Uniti darebbero molto spazio anche agli aiuti economici, allassistenza umanitaria e al sostegno delle strutture democratiche dei Paesi africani. LAFRICA DICE NO Questo quanto stato annunciato dai vertici militari di Washington. Le spiegazioni statunitensi non hanno per convinto i politici africani, che non solo hanno preso posizione contro il nuovo comando, ma si sono rifiutati di ospitarlo nei loro Paesi. La creazione di Africom ha portato un certo nervosismo nel continente - spiega Patrick Smith, direttore di Africa Confidential, un quindicinale britannico specializzato sullAfrica -. La preoccupazione che, come ai tempi della Guerra fredda, in Africa venga combattuta una guerra per procura, questa volta tra gli Usa e gli Stati mediorientali. E i musulmani in Africa percepiscono la guerra al terrorismo, come una guerra allIslam: anche per questo motivo, unaccresciuta presenza Usa nella regione potenzialmente destabilizzante. In realt, non si tratterebbe solo di contenere il fondamentalismo islamico, ma anche di affermare una presenza americana che in qualche modo contrasti la crescente espansione della Cina in Africa. In questo contesto, il nodo del petrolio cruciale. La Cina sta siglando contratti con numerosi Stati africani per lo sfruttamento delle risorse petrolifere. Ma anche gli Stati Uniti stanno scommettendo sempre pi sui ricchi giacimenti del Golfo di Guinea come alternativa al petrolio proveniente dagli Stati arabi (visti come poco affidabili e poco stabili dal punto di vista politico). Un recente rapporto della Cia ha suggerito al governo di incrementare le importazioni di petrolio africano fino ad arrivare, entro il 2014, a coprire il 25% del fabbisogno petrolifero statunitense. Unopzione strategica sulla quale ha scommesso lamministrazione Bush e che anche il neopresidente Barak Obama dovr tenere presente, considerate le necessit di rilancio produttivo degli Stati Uniti nei prossimi anni. C poi anche la questione del rapporto tra Stati Uniti e regimi corrotti, nonch autori di violazioni di diritti umani. In un editoriale pubblicato sul quotidiano sudafricano Mail and Guardian, lanalista politico Charles Cobb ha scritto che non c combinazione pi pericolosa di quella tra un potere militare sostenuto da un altro Paese e lallineamento di questo Paese con gli obiettivi politici dei regimi locali. Le peggiori oppressioni vengono compiute in nome della sicurezza e della stabilit. In questo contesto, destano molta preoccupazione anche i contratti che i vertici militari statunitensi hanno gi siglato con le private military company DynCorp International, Northrup Grumman e la Blackwater Worldwide. In Africa, come su altri teatri operativi, infatti, le forze armate statunitensi delegano a queste societ e ai loro contractor (mercenari) le funzioni non propriamente operative come laddestramento dei militari africani, la scorta a personalit, la guardia a siti sensibili, ecc. La recente esperienza irachena - osservano critici i responsabili di alcune Ong che operano in Africa - ci insegna che questi contractor non hanno certo operato per portare pace e stabilit. Questo ci preoccupa e preoccupa molto anche gli africani. A ci si aggiunge il timore delle potenze regionali (Nigeria e Sudafrica in testa) di vedere compromessa la sfera di influenza che si stanno creando da alcuni anni. Per questi motivi, gli Stati africani hanno negato lautorizzazione a installare sul loro territorio il comando Africom. I primi no sono arrivati proprio da Nigeria (Se Africom significa avere truppe americane sul suolo africano, pensiamo sinceramente che non ce ne sia bisogno, ha detto il ministro degli Esteri nigeriano, Ojo Mauekwe) e Sudafrica. A questi rifiuti sono seguiti quelli di Libia, Marocco, Algeria e Gibuti (dove per gli Stati Uniti amplieranno la base di Camp Lemonier portandola dagli attuali 50 ettari a 600). Il primo ministro ugandese Yoweri Museveni si detto preoccupato perch le basi americane eroderebbero la sovranit degli Stati africani. Per quanto ci riguarda - ha detto Museveni - concederemo la possibilit di creare solo installazioni temporanee e soltanto in caso di operazioni il cui fine condiviso dal nostro governo. Anche organismi regionali hanno pi volte espresso la loro contrariet al comando. Molto attiva stata, ad esempio, la Sadc (Southern African Development Community, lorganizzazione che riunisce i Paesi dellAfrica meridionale). Il ministro degli Esteri sudafricano, Mosiuoa Lekota, si spinto a dichiarare a nome dellorganizzazione che i Paesi che ospiteranno le basi statunitensi potrebbero subire lostracismo delle nazioni che aderiscono alla Sadc. MISSIONARI CRITICI Non sono solo i governanti africani a dire no. Negli Stati Uniti, nel 2006, nata la campagna Resist Africom che si oppone al comando. Con la creazione di Africom - spiegano i responsabili della campagna -, il Pentagono si posto due obiettivi: un pi diretto accesso alle risorse petrolifere africane e una pi efficace lotta al terrorismo di matrice islamica. Tutto ci, ovviamente, senza tenere in alcun conto le necessit e i bisogni degli africani. Sostenuta dalle compagnie petrolifere e dalle private military company, Africom lultima frontiera dellespansionismo militare statunitense, viola i diritti umani e le libert civili degli africani (i quali, da parte loro, si stanno gi opponendo a questo comando). Alla campagna hanno aderito numerosi centri studi, Ong, fondazioni e reti della societ civile degli Stati Uniti. Tra essi anche lAfrica Faith and Justice Network (Afjn), una rete creata da alcuni istituti religiosi (tra i quali la Conferenza dei gesuiti degli Stati Uniti) nel 1983 per promuovere una politica statunitense verso lAfrica pi attenta ai diritti umani e alla giustizia sociale. Afjn stata molto attiva durante la recente campagna presidenziale americana interpellando i due candidati Barak Obama e John McCain sul futuro di Africom. I risultati per non sono stati soddisfacenti. Durante la campagna elettorale, - spiega Beth Tuckey, responsabile del Program of Development and Policy di Afjn -, entrambi i candidati hanno sostenuto che, se eletti, avrebbero lavorato per far diventare Africom uno strumento per controllare la violenza in un continente che ha disperato bisogno di pace e stabilit. Nessuno dei due teneva per in conto che Africom prevede laddestramento delle truppe dei singoli Paesi e non il sostegno alle operazioni di peacekeeping dellUnione africana. Nessuno dei due ricordava che Africom stato istituito per difendere gli interessi nazionali statunitensi e non per aiutare gli africani a soddisfare i loro bisogni primari. Nessuno dei due mostrava di sapere che lAfrica e gli africani si oppongono fermamente al comando Usa. Afjn ha constatato anche che, sebbene entrambi i candidati a pi riprese abbiano preso le distanze dalla politica internazionale di George W. Bush, nessuno dei due ha criticato listituzione di Africom. Questo comando - continua Beth Tuckey - lo strumento creato dallamministrazione Bush per perseguire gli interessi nazionali statunitensi in Africa. Non un mezzo per creare una nuova politica internazionale pi attenta alla giustizia sociale. Ci dimostra che sia Obama sia McCain credono che lapproccio di Bush allAfrica sia corretto nonostante non faccia gli interessi degli africani. Molto critici anche i missionari e le missionarie comboniani. In un documento, pubblicato nellaprile 2008, denunciano lambiguit di Africom. Nonostante venga presentato come una presenza che porter stabilit, pace e prosperit al continente - scritto nel testo -, in realt si tratta di un comando militare che stato concepito in modo tale che per le operazioni in Africa le decisioni del Dipartimento della Difesa prevalgano su quelle della Segreteria di Stato, di Usaid e di altre organizzazioni civili. Questa strategia va a beneficio di specifici gruppi quali le private military company e le compagnie petrolifere. SILENZIO ITALIANO Il rifiuto dei Paesi africani di ospitare Africom ha costretto i vertici militari statunitensi a ripensare dove collocare il comando e i sottocomandi da lui dipendenti. Dopo il primo periodo (da ottobre 2007 a settembre 2008) in cui ha operato nellambito di Eucom, Africom dal 1 ottobre 2008 diventato indipendente e ha ufficialmente preso sede nelle Kelley Barracks a Stoccarda (Germania). Il generale William E. Kip Ward, un ufficiale con esperienze in Corea, Egitto, Somalia, Bosnia e Israele, stato nominato comandante. Il 2 dicembre poi stata annunciata la dislocazione dei sottocomandi. Il sottocomando delle forze aeree avr sede nella base tedesca di Ramstein, quello delle forse terrestri a Vicenza e quello navale a Napoli. Per annunciare il trasferimento dei sottocomandi in Italia, si tenuta a Roma una conferenza stampa congiunta alla quale hanno partecipato lambasciatore Usa in Italia, Ronald Spogli e il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini. In quelloccasione per non sono stati rivelati dettagli sulloperazione. Il ministro si limitato a dire che la decisione di trasferire i due sottocomandi stata presa, sono parole sue, dopo unapprofondita consultazione tra i governi italiano e americano, che queste strutture opereranno nel quadro della Nato e che in esse non saranno trasferite truppe da combattimento, ma solo personale (civile e militare) con compiti logistici e amministrativi. Da parte italiana non dato sapere di pi. I sottosegretari agli Esteri non hanno trattato il dossier e quindi, interpellati da Popoli, non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. I funzionari della Farnesina da noi interpellati si sono trincerati dietro le scarne dichiarazioni del ministro. Bocche cucite anche al ministero della Difesa. In quelle basi - hanno commentato - opera solo personale statunitense e non sar distaccato nessun militare italiano. Quindi la nostra amministrazione non coinvolta. Qualcosa di pi trapela da fonti statunitensi. Secondo Stars and Stripes, il periodico delle forze armate Usa, a Vicenza arriveranno almeno altri 50 tra civili e militari, portando lattuale staff a 300 persone, a Napoli invece ne arriveranno almeno 140, portando lo staff a 500 persone. Il personale - osserva Vincent M. Crawley - non aumenter in modo significativo perch di fatto non aumenteranno le unit sul territorio italiano. Mi spiego: finora a Napoli ha operato la Us Naval Forces Europe questa aveva competenza sulle operazioni in Europa e in Africa. Ora quelle stesse unit avranno sia il titolo di Us Naval Forces Europe sia quello di Us Naval Forces Africa. Ci significa che sia Eucom sia Africom potranno ordinare missioni a quei reparti. Lo stesso si pu dire della Setaf (Southern European Task Force) di Vicenza che ora avr anche la denominazione di Us Army Africa. Quindi di fatto non aumenteranno gli organici in Italia e, soprattutto, non arriveranno nuovi reparti operativi. Anche lopposizione italiana non pregiudizialmente contraria al trasferimento in Italia dei due sottocomandi. Siccome i due nuovi sottocomandi si inseriranno in strutture gi esistenti - spiega il generale Mauro Del Vecchio, senatore del Partito democratico e membro della Commissione difesa del Senato -, il governo statunitense aveva solo lobbligo di comunicarlo al governo italiano. A sua volta il governo italiano non aveva lobbligo di presentarsi in Parlamento per chiedere autorizzazioni. C da dire che queste strutture opereranno tutte in ambito Nato. Quindi le modalit operative saranno coordinate tra i Paesi dellAlleanza. Solo qualora le basi e i comandi dovessero essere utilizzati per perseguire interessi nazionali degli Stati Uniti, allora Washington dovrebbe chiedere lautorizzazione a Roma e il governo italiano dovrebbe riferire in Parlamento. Le decisioni operative quindi dovrebbero essere condivise con il nostro Paese, non potrebbero in nessun caso essere prese unilateralmente dal governo di Washington. In passato si diceva che lOccidente non si occupava abbastanza di Africa e il continente era abbandonato a se stesso - osserva Roberta Pinotti, senatrice del Partito democratico e ministro della Difesa del governo ombra -. Questi comandi invece sono un segnale che il vento cambiato. Queste strutture per esempio potrebbero organizzare gli interventi nel caso scoppiassero crisi umanitarie e lOnu decida linvio di truppe. ovvio per che linvio delle truppe deve poi essere autorizzato dai Parlamenti di singoli Paesi. Peraltro, con il cambio di amministrazione a Washington e larrivo di Obama alla Casa Bianca, va registrato anche un cambio di impostazione nella politica estera statunitense. Con il nuovo presidente dovrebbe cessare lunilateralismo statunitense che ha caratterizzato lamministrazione Bush e che ha portato gli Stati Uniti a intraprendere operazioni militari senza consultare gli alleati europei. Il neopresidente Obama ha annunciato di voler interpretare la politica estera allinsegna del multilateralismo. Le preoccupazioni di un uso delle basi americane in Italia per i soli fini e interessi di politica estera statunitense dovrebbero quindi venire meno. Rimane inteso che, se dovessero esserci riscontri che qualche cosa non funziona come dovrebbe, il Parlamento italiano vigiler. Il destino di Africom quindi nella mani dei politici pi che dei militari. Sar la nuova amministrazione statunitense a dover dimostrare che il nuovo comando non lo strumento di una nuova forma di colonialismo, ma un mezzo per migliorare la cooperazione. La parola passa quindi al presidente Obama.

Enrico Casale






ID articolo: 0117
Data: 2008-01-20
Sezione: speciali
Titolo: E l'Africa disse signorn
Autore: Enrico Casale
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