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Haiti, indipendenza addio


«Noi non parliamo di ricostruzione ma di “costruzione alternativa”, perché per la maggior parte degli attori potenti sul terreno, la ricostruzione è uno spazio di riconquista e ri-colonizzazione, per approfittare della terribile crisi post sisma e spingere una serie di riforme economiche, per un controllo diretto delle risorse strategiche da parte delle multinazionali. Ma affinché la nostra visione possa materializzarsi, ha bisogno di un processo di mobilitazione sociale, della cittadinanza, che arrivi a toccare i settori più creativi. Penso alle donne, ai giovani, agli artisti e al mondo rurale». Camille Chalmers, economista, è il coordinatore della Papda (www.papda.org), una piattaforma che raggruppa diverse organizzazioni sociali haitiane.

La società civile del paese caraibico, sebbene abbia subito ingenti perdite in risorse umane e materiali, ha fin da subito reagito, cercando di riorganizzarsi. Il governo e il presidente René Préval hanno però scelto di escludere queste forze vive della nazione, dal processo di ricostruzione. Il documento per la «ricostruzione» presentato all’incontro dei donatori del 31 marzo 2010 a New York, è stato fatto quasi totalmente da esperti stranieri. A questa conferenza furono promessi 9,9 miliardi di dollari per ricostruzione di Haiti. Anche il meccanismo di gestione messo in piedi, basato sulla Commissione ad interim per la ricostruzione di Haiti (Cirh), esclude ogni partecipazione della società civile.
La Cirh è co-presieduta da Bill Clinton (presidente Usa che impose le peggiori misure di aggiustamento strutturale al paese) e dal primo ministro haitiano. Vi fanno parte i paesi donatori e le istituzioni finanziarie come Banca mondiale e Fondo monetario internazionale.

«La commissione si riunisce e approva dei progetti, ma poi non si vede alcun impatto sul terreno» dice il giornalista indipendente Gotson Pierre (www.alterpresse.org). Di fatto i progetti non sono realizzati, non si sa se saranno finanziati e tutto si svolge nella totale opacità. Dei miliardi «promessi» non si sa quanti siano stati sbloccati.

Ma i movimenti sociali haitiani non ci stanno. Gli eredi di quella società civile cresciuta negli anni ’70 che riuscì a cacciare il sanguinoso dittatore Jean-Claude Duvalier, e poi a portare uno dei suoi rappresentanti al potere, denuncia fermamente la debolezza dei propri dirigenti e l’ingerenza delle potenze straniere.

A fine febbraio annunciano una campagna per chiedere una moratoria di almeno cinque anni sugli accordi internazionali che affamano il paese. «Il movimento sociale popolare è unanime a riconoscere che la catastrofe è il risultato di un processo sociale e storico le cui principali caratteristiche sono l’esclusione, l’ingiustizia e le disuguaglianze sociali, aggravate da tre decenni di applicazione del neoliberismo» cita il documento firmato da 17 organizzazioni nazionali.

In un contesto in cui oltre un milione e trecentomila persone vivono ancora in accampamenti (alcuni organizzati altri informali), nel mese di ottobre è entrata in scena l’epidemia di colera, che in quattro mesi ha ucciso oltre 4.000 persone e seminato la paura nella popolazione. Malattia non originata nei campi, come spesso accade in situazioni di questo tipo, ma generata dalla contaminazione del maggiore fiume del paese, l’Artibonite, molto probabilmente a causa dei militari nepalesi delle Nazioni Unite, che scaricavano le loro latrine in due dei suoi affluenti.

Le elezioni presidenziali e politiche il cui primo turno si è svolto il 28 novembre scorso (il secondo è previsto il 20 marzo) sono state boicottate da società civile e dai principali partiti politici. Il motivo: non c’erano le condizioni tecniche e politiche per realizzarle. Di fatto, si è trattato di un enorme imbroglio, voluto, finanziato e gestito dalla comunità internazionale, grazie al braccio operativo delle Nazioni Unite. I paesi potenti hanno poi dovuto fare un passo indietro e convincere René Préval a ritirare il suo candidato, Jude Célestin, arrivato secondo grazie a brogli grossolani. Ma la realpolitik non è stata mossa da sete di democrazia, piuttosto dalle sommosse popolari create dai sostenitori del terzo arrivato, il popolare e volgare cantante di kompas (tipico genere musicale haitiano) Michel Martelly. Martelly, vicino alla destra e filo Usa, è quindi passato al secondo posto, e si contenderà la presidenza con Mirlande Manigat, docente universitaria, costituzionalista, con posizioni di centro destra. Manigat, come Martelly, non ha un vero partito alle spalle, e il nuovo parlamento sarà, di fatto, in mano al partito del presidente uscente Préval.

Marco Bello
23 marzo 2011





ID articolo: 0160
Data: 2011-03-23
Sezione: areegeopolitiche
Titolo: Haiti, indipendenza addio
Autore: Marco Bello
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