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L'Africa che odia i gay /1


«Emarginazione? No, gli omosessuali in Africa vivono una situazione più grave. In pericolo ci sono i loro diritti umani. Ve ne accorgerete ascoltando le testimonianze». Fabio, un volontario del gruppo Io - Immigrazione e omosessualità (che aiuta i giovani omosessuali scappati dall’Africa a causa delle discriminazioni a ottenere il diritto di asilo in Italia), ha ragione. Sono racconti pieni di violenza, odio (anche familiare) e, nei migliori dei casi, di esclusione e sofferenza psicologica. Sono le storie di una persecuzione che, da decenni, colpisce omosessuali, lesbiche e, in generale, chiunque non viva in modo tradizionale la relazione uomo-donna (transgender, travestiti, ecc.).

POLIZIA VIOLENTA
«A 14 anni - spiega A., nigeriano di Lagos, da tre anni rifugiato in Italia - ho capito che non ero attratto dalle donne, ma dagli uomini. Da quel momento sono iniziati i miei problemi». A. sa che la Nigeria è un Paese che perseguita gli omosessuali: negli Stati del Sud la pena prevista per atti omosessuali sono 14 anni di lavori forzati, in quelli del Nord (dove vige la legge islamica) si rischia la pena di morte per lapidazione. Per questo motivo non parla dei suoi orientamenti sessuali con nessuno. Neanche con i suoi amici più cari. Tanto meno con i familiari. A. è un cristiano praticante. Inizia a frequentare una chiesa protestante nella quale il pastore è gay, così come gay e lesbiche sono i fedeli. «La predicazione di quel religioso - spiega - dimostrava sensibilità nei nostri confronti e nei confronti dei nostri problemi. Ma a Lagos, che pure è una città molto grande, le voci circolano rapidamente. Così ben presto anche la polizia viene a sapere di quello “strano” pastore e dei suoi “strani” fedeli. Viene organizzata una retata. La chiesa viene chiusa, il pastore arrestato e i fedeli malmenati. Io sono riuscito a scamparla perché quel giorno non ero presente alla funzione religiosa».
A., però, all’insaputa dei genitori, inizia a frequentare altri omosessuali e stringe una relazione con un coetaneo. Una relazione gay in Nigeria è qualcosa di rischioso. «In Italia - continua - non si riesce neanche a immaginare cosa sia una relazione omosessuale in Africa. La legge offre alla polizia tutti gli strumenti per soffocare qualsiasi rapporto “non ortodosso”». E, infatti, A. non tarda a conoscere quanto possono essere violenti gli agenti. Un pomeriggio sta camminando per strada insieme a un amico quando viene fermato da una pattuglia. «Non stavamo compiendo atti osceni - racconta -, stavamo solo camminando uno a fianco dell’altro. Ma agli agenti non serve avere la prova del reato. A loro basta solo sospettare che tu sia gay per giustificare percosse e arresto. Io e il mio compagno siamo stati picchiati a sangue. Pugni, calci, bastonate, sassate: ci hanno ridotto in fin di vita. Poi ci hanno portato alla stazione di polizia».
Qui inizia un altro calvario. «Per fortuna - continua - mi rilasciarono quasi subito. Però ero ferito e confuso, così decisi di chiamare i miei genitori. Mio padre e mia madre probabilmente sospettavano che fossi gay, ma non ne avevano la certezza. Quando dissi a mio papà che ero stato pestato e gli spiegai perché, lui si infuriò. Gli chiesi di accompagnarmi all’ospedale per farmi medicare. Ma lui si rifiutò e mi disse di non farmi più vedere». Per sua fortuna fuori dalla stazione di polizia incontra una donna che, impietosita, lo accompagna in ospedale e poi lo ospita in casa sua. Ma anche quella sistemazione è provvisoria. Il fratello della donna scopre che è gay e lo caccia. Così ad A. non rimane che emigrare. Come molti ragazzi africani attraversa il deserto e il tratto di mare che separa la Libia da Lampedusa. Arriva in Italia dove chiede l’asilo per discriminazione legata all’orientamento sessuale, che gli viene concesso. Ora, come molti extracomunitari, vive di piccoli lavori «in nero». «In Africa la discriminazione nasce dall’ignoranza. Le persone comuni non capiscono che la sessualità può essere vissuta in molti modi. Spero che con il tempo qualcosa cambi, anche se penso che sarà un processo molto lungo».

AMICI-NEMICI
Non è molto diversa la storia di U., ghanese. «Ero poco più che adolescente - dice a Popoli - quando mi accorsi che la mia sessualità era diversa da quella dei miei coetanei e amici. Sapevo che gli omosessuali, maschi e femmine, correvano grossi pericoli, ma speravo non mi sarebbe successo niente. Credevo che la mia comunità e la mia famiglia mi avrebbero accettato». Per questo motivo, U. decide di parlarne con i genitori. La reazione è durissima. Il padre lo allontana da casa e gli intima di non tornare più. La madre asseconda il marito e anche i fratelli non lo aiutano. Anche la piccola comunità in cui vive diventa ostile. «Quelli che consideravo miei amici - ricorda - mi picchiarono a sangue. Non potevano tollerare che tra loro ci fosse un “diverso”. Anche perché nel mio Paese una persona che ha un amico gay è considerata lei stessa gay». La voce che U. è omosessuale si diffonde presto e arriva anche alle orecchie dei poliziotti. U. viene fermato da alcuni agenti, malmenato e arrestato. Rimane in prigione per due giorni e poi viene rilasciato. Intanto però perde il lavoro e non riesce a trovarne un altro. Nella capitale stringe una relazione con un ragazzo. Ma, poco dopo, il compagno muore e lui rimane solo. Cerca allora di riallacciare il rapporto con la famiglia. Invano. «La famiglia di mio padre - osserva - è la più ostile. Sono intolleranti, non ammettono in alcun modo che io possa vivere la mia omosessualità. Ma anche i miei fratelli non mi hanno certo aiutato. Invece, dopo i primi tempi, mia madre è più disposta a capirmi e ad ascoltarmi».
Per U. il Ghana diventa inospitale. Ormai è «marchiato» come omosessuale e la vita diventa un inferno fatto di discriminazioni e percosse continue da parte dei poliziotti. «In Ghana - osserva amaro -, tutti sanno che ci sono gay e lesbiche, ma tutti negano la loro esistenza. Per questo motivo, quando qualcuno si dichiara omosessuale viene percosso e arrestato: è considerato un pericolo per la società». U. decide di emigrare in Europa. Dopo un viaggio in mezzo al deserto e poi in mare, arriva in Italia. Qui chiede e ottiene il diritto di asilo. Oggi lavora come operaio in una fabbrica.
La discriminazione all’interno della famiglia è una costante delle storie degli omosessuali africani. M. è senegalese. Da pochi mesi è in Italia, dove ha avanzato la richiesta di asilo politico. Anch’egli scopre da ragazzo la sua inclinazione, ma come molti africani preferisce tenere nascosti i suoi sentimenti e il suo orientamento. «La società senegalese - osserva -, per molti versi è tollerante, però, come tutte le società islamiche è molto dura con omosessuali e lesbiche. Nessuno può dichiararsi apertamente omosessuale perché rischia di pagarlo sulla sua pelle. A ciò si aggiunge il fatto che mio padre è un importante personaggio pubblico che ha incarichi di rilievo nell’amministrazione statale». Per evitare problemi a se stesso e a suo padre, M. decide di emigrare. I soldi non gli mancano. Decide di venire in Italia.
Dopo qualche mese nel nostro Paese riceve una telefonata dal padre. «Mi disse con tono perentorio che dovevo tornare al più presto in Senegal - ricorda -. Lui aveva individuato una ragazza di buona famiglia che era disposta a sposarmi. A suo avviso non potevo perdere l’occasione anche perché, ormai, ero in età da matrimonio». M. declina l’invito. Pochi giorni dopo, il padre gli telefona nuovamente e insiste: deve rientrare e sposarsi. M. rifiuta di nuovo, ma avverte l’irritazione del genitore. Qualche settimana dopo, ecco la terza chiamata. Il padre questa volta è infuriato, non capisce perché M. non voglia tornare. «Gli ho confessato al telefono che ero gay. Per fortuna eravamo a migliaia di chilometri di distanza, perché penso che se mi avesse avuto fra le mani mi avrebbe ucciso. Mi disse che non mi avrebbe mai più incontrato e che mi avrebbe diseredato. Adesso spero che mi venga riconosciuto il diritto di asilo e che possa rifarmi una vita qui in Italia».

LA PAURA CORRE SUL WEB
Queste testimonianze trovano riscontri anche sui tanti blog in cui gli omosessuali africani sfogano, in modo anonimo, le proprio paure e raccontano le violenze che hanno subito. «Sono stato cacciato, abbandonato, rifiutato dalla mia famiglia perché sono gay - ha raccontato un omosessuale burundese al giornalista Philippe Castetbon che l’ha intervistato in rete (l’articolo è disponibile su www.gionata.org, la banca-dati online dei cristiani omosessuali italiani) - nonostante ciò, sono fiero di essere quello che sono. Conservo sempre il sorriso e ho la speranza un po’ folle di vedere un giorno la gente del mio Paese capire che essere diverso non è un crimine».
Questa serenità non è da tutti. Omosessuali e lesbiche sono costretti a nascondersi o a camuffarsi. E, in alcuni casi, si giunge al paradosso. «Ho 19 anni - scrive su ken yagay.blogspot.com, un ragazzo keniano -, sono omosessuale, ma non sono l’unico in famiglia. Anche mio padre è gay. L’ho scoperto leggendo la sua posta elettronica, ma lui non sa che io so. Ho sempre avuto paura delle sue reazioni se avesse scoperto la mia omosessualità. Adesso che so delle sue inclinazioni sono confuso. Cosa posso fare?».
Molto toccanti sono le testimonianze ospitate sul blog lulekisizwe.word press.com. Parlano delle «violenze sessuali correttive» subite dalle lesbiche in Sudafrica. Nel Paese è diffusa la credenza che lo stupro possa curare l’omosessualità. Millicent Gaika, per esempio, ha raccontato di essere stata rapita e violentata per cinque ore. E, mentre veniva stuprata, il suo assalitore le gridava: «So che sei lesbica. Tu non sei un uomo anche se pensi di esserlo. Ti dimostrerò che sei una donna. Ti metterò incinta». Nel blog è raccontata anche la storia di Eudy Simelane, capitano della nazionale sudafricana di calcio femminile. Lesbica dichiarata, si batteva per i diritti degli omosessuali. Il 28 aprile 2008 è stata uccisa dopo uno «stupro collettivo». La sua morte fece scandalo. L’anno successivo due ragazzi sono stati giudicati colpevoli e condannati a più di 30 di carcere.

Enrico Casale
23 marzo 2011





ID articolo: 0161
Data: 2011-03-23
Sezione: areegeopolitiche
Titolo: L'Africa che odia i gay /1
Autore: Enrico Casale
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